Contratti dei giochi da tavolo: royalty, espansioni e ritorno dei diritti dopo il rapporto TTGDA 2026
Un contratto può contare quanto l’idea del gioco
Nel settore dei giochi da tavolo si discute spesso di originalità, plagio e possibilità di proteggere una meccanica. Sono temi importanti, ma il passaggio decisivo arriva frequentemente prima di qualsiasi controversia: la firma del contratto con l’editore. È in quel documento che si stabilisce quali diritti vengono concessi, per quanto tempo, in quali Paesi e formati, con quale remunerazione e con quali margini di intervento dell’autore sul prodotto finale.
Il nuovo Tabletop Market Contract Analysis della Tabletop Game Designers Association, datato 11 agosto 2026, offre una fotografia utile. TTGDA ha esaminato i modelli contrattuali iniziali di 50 editori nordamericani attraverso una rubrica oggettiva da 110 punti. Per ogni editore è stato valutato il modello più recente disponibile e non la versione migliorata dalla negoziazione del singolo autore. L’associazione afferma inoltre di avere sottoposto i risultati agli editori interessati, alcuni dei quali hanno modificato i propri modelli.
I numeri più significativi sono netti: il 20% dei modelli non riconosce alcun anticipo; il 40% consente all’editore di realizzare espansioni senza consultare l’autore; il 10% ammette deduzioni non standard, come costi di produzione o marketing, prima di calcolare la remunerazione; il 36% non attribuisce all’autore un diritto di audit; il 75% non prevede il ritorno del nome del gioco e degli eventuali marchi alla fine della licenza. Inoltre, il 62% non riconosce uno specifico diritto di revisione prima della produzione.
Questi dati non descrivono il mercato italiano e non costituiscono una valutazione giuridica dei singoli contratti. Il campione dipende dai documenti ricevuti dalla TTGDA e il punteggio riflette le priorità dell’associazione. Il rapporto va quindi letto come un indicatore qualificato di rischio e come una checklist negoziale, non come una classifica universalmente valida. Proprio con questa cautela, però, la sua utilità per autori ed editori italiani è notevole.
Prima domanda: che cosa è oggetto della licenza?
Un gioco da tavolo è normalmente un prodotto composito. Può comprendere testo del regolamento, illustrazioni, impaginazione, personaggi, ambientazione, elementi narrativi, simboli, miniature, carte, plancia, fotografie, musica collegata a un’applicazione e software. Non tutti questi elementi appartengono necessariamente allo stesso autore e non tutti sono protetti nello stesso modo.
Il diritto d’autore tutela la forma espressiva creativa, non l’idea in quanto tale. La distinzione è particolarmente delicata per le meccaniche: una regola astratta, una sequenza funzionale o un metodo di gioco non vanno confusi con il testo originale che li descrive, con la grafica che li rappresenta o con l’insieme creativo degli elementi espressivi. In ambito software, la Corte di giustizia ha chiarito che la funzionalità di un programma non è, in quanto tale, una forma di espressione protetta, mentre la riproduzione di elementi espressivi originali può integrare una violazione: il principio emerge dalla sentenza SAS Institute, C-406/10. Il precedente riguarda programmi per elaboratore e non decide direttamente la protezione di una meccanica da tavolo, ma conferma la necessità sistematica di separare funzione e forma espressiva.
Da qui una prima regola contrattuale: evitare formule onnicomprensive che cedano genericamente «il gioco e ogni relativo diritto» senza inventario. Il contratto dovrebbe identificare almeno il prototipo, il regolamento, i materiali consegnati, le componenti grafiche o narrative dell’autore, le eventuali opere di terzi e ciò che l’editore realizzerà autonomamente. Dovrebbe poi distinguere diritto d’autore, disponibilità del titolo ed eventuali marchi. Il titolo di un gioco non segue automaticamente la stessa disciplina del testo o delle illustrazioni; la sua protezione e la sua disponibilità possono coinvolgere anche il diritto dei marchi e la concorrenza sleale.
Licenza o cessione: il perimetro non deve essere lasciato implicito
L’articolo 107 della legge n. 633/1941 consente che i diritti patrimoniali siano acquistati, alienati o trasmessi nei modi ammessi dalla legge; l’articolo 110 richiede che la trasmissione dei diritti di utilizzazione sia provata per iscritto. La formula contrattuale, quindi, non è un dettaglio redazionale. Occorre capire se l’autore concede una licenza oppure trasferisce definitivamente alcuni diritti, se la concessione è esclusiva o non esclusiva e quali facoltà comprende.
Per un gioco da tavolo sono essenziali almeno sei coordinate: territorio, lingue, durata, canali di vendita, formati e diritto di sublicenza. «Tutti i diritti, in tutto il mondo, per sempre» è una formula semplice solo in apparenza. Può bloccare traduzioni, versioni digitali, print-and-play, adattamenti per piattaforme online, merchandising o edizioni speciali anche quando l’editore non intende realmente svilupparle.
Una soluzione più equilibrata lega ciascun diritto a un progetto concreto e a obblighi verificabili. Se l’editore desidera il diritto mondiale, il contratto può prevedere scadenze per le localizzazioni o un meccanismo di ritorno dei territori non sfruttati. Se include il digitale, deve chiarire se si parla di mera riproduzione del gioco, applicazione di supporto, videogioco autonomo o licenza per piattaforme di tabletop virtuale. Sono sfruttamenti economicamente e creativamente diversi.
Durata, pubblicazione e ritorno dei diritti
Il rapporto TTGDA attribuisce particolare importanza alla data entro cui il gioco deve essere pubblicato, alla cessazione per inattività e alla piena restituzione dei diritti. È un punto centrale anche nel diritto italiano. Dopo il recepimento della direttiva (UE) 2019/790 con il decreto legislativo n. 177/2021, l’articolo 110-septies della legge sul diritto d’autore riconosce, in caso di mancato sfruttamento di diritti concessi o trasferiti in esclusiva, la possibilità di agire per la risoluzione anche parziale oppure di revocare l’esclusiva, alle condizioni previste dalla disposizione.
La tutela legale è importante, ma non rende superflua una clausola precisa. Il contratto dovrebbe indicare una data di pubblicazione, gli eventuali periodi di proroga, che cosa si intende per pubblicazione effettiva e quali conseguenze seguono all’inadempimento. Pubblicare poche copie o mantenere una pagina prodotto formalmente attiva non equivale necessariamente a uno sfruttamento commerciale adeguato. Per questo possono essere utili soglie minime di vendite o royalty, periodi di verifica e un diritto di recesso o di cessazione dell’esclusiva.
Va disciplinata anche la fase successiva: per quanto tempo l’editore può vendere le scorte, a quale prezzo, con quale rendiconto e con quali limiti alle ristampe. Senza una regola sullo stock residuo, il vecchio prodotto può continuare a interferire con una nuova edizione. E senza una clausola espressa sul ritorno di titolo, file, materiali e marchi, l’autore può recuperare formalmente alcuni diritti senza essere davvero in condizione di riproporre il gioco.
Royalty: la percentuale da sola non dice quanto sarà pagato l’autore
Il 98% dei modelli esaminati da TTGDA utilizza una percentuale dei ricavi dell’editore, del prezzo consigliato o una struttura simile; l’86% raggiunge almeno il 5% dei ricavi o il 2,5% del prezzo consigliato. Tuttavia, confrontare soltanto le percentuali può essere fuorviante. Il 7% dei «ricavi netti» può valere meno del 5% di una base più ampia e meglio definita.
Il contratto deve chiarire che cosa entra nella base di calcolo: vendite dirette, distribuzione, crowdfunding, bundle, copie promozionali, sconti, resi, vendite infragruppo, sublicenze e localizzazioni. Le deduzioni dovrebbero essere tassative, documentabili e coerenti con il rischio economico assunto da ciascuna parte. Se costi di produzione, marketing, spedizione o sviluppo vengono sottratti senza limiti, l’autore può non riuscire a prevedere né controllare la propria remunerazione.
Nel sistema italiano l’articolo 107, come modificato nel 2021, riconosce agli autori che concedono o trasferiscono diritti esclusivi una remunerazione adeguata e proporzionata al valore dei diritti e ai ricavi dello sfruttamento, tenendo conto delle caratteristiche del settore. L’articolo 110-quinquies prevede inoltre, con le relative condizioni ed eccezioni, una remunerazione ulteriore adeguata ed equa quando quella originaria divenga sproporzionatamente bassa rispetto ai proventi successivi. Sono norme che attuano gli articoli 18 e 20 della direttiva (UE) 2019/790.
L’anticipo, a sua volta, non è soltanto denaro immediato. Può rappresentare un minimo economico e un incentivo dell’editore a procedere. Va specificato se è recuperabile sulle royalty, se è rimborsabile, quando matura e cosa accade se il progetto viene cancellato. Un anticipo elevato non compensa una licenza eccessivamente ampia; un anticipo assente non rende automaticamente scorretto il contratto, ma aumenta l’importanza di scadenze e rimedi contro l’inattività.
Rendicontazione e audit non sono la stessa cosa
Secondo TTGDA, il 96% dei modelli indica le scadenze di rendiconto e pagamento, ma soltanto il 56% definisce contenuti del report come quantità, canale e ricavi; il 36% non riconosce un diritto di audit. Questa distinzione è decisiva. Ricevere una cifra periodica non significa disporre degli elementi necessari per verificarla.
L’articolo 110-quater della legge n. 633/1941 impone ai licenziatari o cessionari e ai loro aventi causa di fornire agli autori, almeno ogni sei mesi, informazioni aggiornate, pertinenti e complete sullo sfruttamento e sulla remunerazione dovuta. La disciplina include, alle condizioni previste, informazioni sui soggetti interessati, sulle modalità di sfruttamento, sui ricavi e sulla remunerazione. Le controversie sull’obbligo di trasparenza e sull’adeguamento contrattuale possono essere sottoposte ad AGCOM ai sensi dell’articolo 110-sexies, ferma la possibilità di rivolgersi al giudice.
Questo obbligo non coincide automaticamente con un diritto contrattuale di ispezionare libri, fatture e dati di piattaforma. Una clausola di audit resta utile per stabilire frequenza, preavviso, soggetto indipendente, riservatezza, documenti accessibili, periodo controllabile, riparto dei costi e conseguenze degli scostamenti. La previsione dovrebbe essere praticabile: un diritto di audit troppo costoso, esercitabile solo in un luogo remoto o limitato a documenti scelti dall’editore rischia di avere scarso valore concreto.
Espansioni, modifiche e credito dell’autore
Il dato secondo cui il 40% degli editori può realizzare espansioni senza consultare l’autore merita attenzione. Un’espansione può utilizzare regole, ambientazione, personaggi, testo e segni distintivi del gioco base. Il contratto dovrebbe dire se il diritto è compreso nella licenza, se l’autore originario ha una prelazione o un diritto di prima negoziazione, quale remunerazione riceve quando l’espansione è affidata a terzi e chi possiede i nuovi contributi.
Anche revisione editoriale e approvazione finale vanno separate. L’editore può avere bisogno di adattare componenti, costi e regolamento alla produzione; l’autore può avere interesse a evitare modifiche che compromettano coerenza, reputazione o riconoscibilità dell’opera. Una procedura con checkpoint, file pronti per la stampa e termini per osservazioni è spesso più realistica di un generico obbligo di «consultazione». I diritti morali dell’autore, tra cui paternità e integrità dell’opera nei limiti della legge, non vanno confusi con un diritto contrattuale di veto su ogni scelta produttiva.
Il credito sul prodotto, riconosciuto dal 92% dei modelli TTGDA, dovrebbe precisare posizione e modalità: scatola, regolamento, pagina del prodotto, campagne di crowdfunding e materiali promozionali. Se l’opera viene trasformata in misura tale da non rappresentare più il progetto dell’autore, può essere opportuno regolare anche la richiesta di rimozione del nome, senza presumere che tale facoltà discenda automaticamente da qualsiasi divergenza creativa.
Un caso pratico
Immaginiamo che un autore conceda a un editore una licenza mondiale esclusiva per un gioco narrativo, comprendente espansioni e versioni digitali. Il contratto prevede l’8% dei ricavi netti, ma non definisce i costi deducibili; non fissa una data di pubblicazione; consente sublicenze senza rendiconto separato; assegna all’editore il marchio del titolo e tace sulla sua sorte alla cessazione.
La percentuale dell’8% sembra interessante, ma il quadro complessivo è fragile. L’editore potrebbe dedurre costi difficili da controllare, rinviare il progetto, affidare una versione digitale a terzi e mantenere il segno distintivo anche dopo il recupero dei diritti autorali. La correzione non consiste necessariamente nell’aumentare la royalty. Servono una definizione chiusa dei ricavi netti, una data di pubblicazione, rendiconti per canale e sublicenza, audit, disciplina delle espansioni, soglie di sfruttamento, ritorno dei diritti e regole su titolo e marchio.
Conclusione: la clausola migliore è quella che rende verificabile il progetto
Il rapporto TTGDA 2026 non dimostra che i contratti nordamericani siano, nel loro complesso, iniqui e non descrive il mercato italiano. Dimostra però quanto siano frequenti le lacune su aspetti capaci di determinare il valore reale di un gioco: pubblicazione, espansioni, base royalty, audit e ritorno dei diritti.
Per autori ed editori italiani l’indicazione più solida è concreta. Prima della firma occorre mappare ogni componente creativa e ogni diritto, delimitare gli sfruttamenti concessi, collegare l’esclusiva a obblighi e scadenze, rendere verificabile la remunerazione e stabilire fin dall’inizio come termina il rapporto. La percentuale di royalty è solo una riga; il vero equilibrio nasce dall’intero contratto.
Una verifica prudente dovrebbe quindi rispondere ad almeno queste domande: chi possiede testo, grafica, titolo e marchio? Chi può creare espansioni e adattamenti digitali? Entro quando il gioco deve essere pubblicato? Come si calcolano e controllano le royalty? Che cosa ritorna all’autore se il progetto non parte o il rapporto finisce?
Se una risposta rimane vaga, il rischio non è teorico: è già scritto nel contratto.