Nel panorama del diritto successorio italiano, la liquidazione del compenso spettante al curatore dell’eredità giacente rappresenta una delle più rilevanti criticità operative per giudici, professionisti e operatori del diritto. Sebbene la funzione del curatore sia essenziale per tutelare l’asse ereditario nel periodo intercorrente tra l’apertura della successione e l’accettazione da parte degli eredi (o l’esaurimento dell’attivo o ancora la devoluzione al demanio), il quadro giuridico applicabile presenta lacune normative e una significativa disomogeneità di criteri di quantificazione.
Il vuoto normativo e la discrezionalità giudiziaria
La disciplina codicistica (artt. 528 e ss. cod. civ.) e le norme di attuazione non prevedono criteri vincolanti né tabelle tariffarie specifiche per la liquidazione del compenso del curatore dell’eredità giacente. In mancanza di una disciplina organica, la giurisprudenza ha consolidato il principio secondo cui non è possibile applicare automaticamente i parametri previsti, ad esempio, per il curatore fallimentare, se non nei casi in cui l’attività sia meramente liquidatoria.
Pertanto, ancora oggi, il giudice delle successioni liquida il compenso secondo il “prudente criterio” richiesto dalla legge, considerando natura, entità e risultati delle prestazioni svolte, ma senza regole predeterminate che ne uniformino la misura.
Le prassi giudiziarie e le linee guida territoriali
Negli ultimi anni diversi tribunali italiani (come Genova, Livorno, Siena, Parma, Modena e Massa Carrara) hanno pubblicato linee guida operative per l’amministrazione della curatela dell’eredità giacente, all’interno delle quali sono state inserite tabelle o criteri orientativi per la liquidazione del compenso. Tali protocolli, spesso concordati con gli Ordini degli Avvocati locali, tentano di introdurre maggiore trasparenza e prevedibilità, ad esempio: criteri percentuali sul valore dei beni amministrati o tabelle graduate sulla base del valore realizzato dai beni.
Nonostante ciò, tali strumenti restano prassi locali e non vincolanti a livello generale, lasciando ampi margini di discrezionalità alle diverse sezioni giudiziarie e risultando peraltro del tutto difformi le une dalle altre,
Le criticità di una liquidazione non uniforme
Questa situazione genera problemi concreti sotto diversi profili:
- Incertezza per i professionisti: la mancanza di parametri chiaramente delineati rende difficile per l’avvocato o per il commercialista prevedere il proprio compenso in sede di nomina o rendiconto.
- Disparità territoriali: due curatori che operano in ambienti giudiziari diversi possono vedere significative differenze nella quantificazione del compenso per attività sostanzialmente analoghe.
- Rischi di contenzioso: l’assenza di regole uniformi favorisce l’insorgenza di opposizioni ai decreti di liquidazione, con ulteriore aggravio di tempo e costi.
La dottrina e alcune pronunce giurisprudenziali ribadiscono che, in mancanza di tabelle codificate, il giudice può e deve motivare adeguatamente i criteri utilizzati nel decreto di liquidazione, facendo riferimento all’equità e, ove possibile, a parametri analogici pertinenti.
Perché serve un criterio uniforme
Alla luce delle difficoltà descritte, diventa sempre più evidente la necessità di un intervento normativo o regolamentare che definisca, in modo chiaro e coerente, i criteri di determinazione del compenso del curatore dell’eredità giacente. Un modello uniforme offrirebbe numerosi vantaggi:
- Prevedibilità di esito per i professionisti, con costi stimabili già in sede di nomina.
- Riduzione dei contenziosi tra curatore e Ufficio giudiziario sulla congruità del compenso.
- Maggiore efficienza amministrativa, con processi decisionali più rapidi e motivati.
Un possibile modello di riferimento
La ricerca condotta tra i diversi tribunali italiani mostra che è possibile coniugare vari elementi per formare un criterio equo ed equilibrato, integrando:
- Valore dei beni amministrati o realizzati;
- Durata e complessità della gestione;
- Attività ulteriori rispetto alla mera amministrazione, quali ricerca degli eredi, cura delle vendite o adempimenti fiscali, considerate singolarmente;
- Attività di carattere strettamente forense (mediazioni, negoziazioni, procedimenti giudiziari);
- Risultati concreti conseguiti dal curatore.
Un modello così articolato non solo attribuirebbe peso al valore economico dell’asse ereditario, ma rifletterebbe anche l’effettivo impegno professionale e operativo richiesto dalla curatela.
Conclusioni
In un contesto giuridico in cui il ruolo del curatore dell’eredità giacente è chiamato a intervenire sempre più spesso, la carenza di criteri normativi certi per la liquidazione del relativo compenso rappresenta una lacuna significativa. La ricerca delle migliori prassi adottate nei tribunali italiani e l’analisi comparata delle linee guida disponibili evidenziano non solo la necessità di uniformità, ma anche la possibilità di costruire un criterio equo, trasparente e motivato. Un quadro normativo chiaro non solo tutelerebbe i professionisti che operano nell’interesse del patrimonio ereditario, ma rafforzerebbe anche la coerenza dei provvedimenti giurisdizionali, a vantaggio dell’intero sistema successorio italiano.
